Sarà un poemetto (padri e figli) che dedico a tutti coloro che sono stati figli , in parte vittime del dispotismo paterno, necessaria quanto l’obbedienza cieca ad un Dio, ad un principio assoluto, ad un capo. I figli vanno sempre e comunque verso il sole. I padri restano qui legati a confini sempre più ristretti.
1.
Nell’ora più languida della sera
incerti muovi i passi verso il mare.
Anche tu, come me del resto,
osservi il sole che cede all’imbrunire
e anche oggi muore dietro la collina.
Il tuo sguardo è inquieto, bramoso di futuro,
lo sento vuoi sapere il tuo domani,
il mio è più quieto, indugia sulla sponda,
già so che non andrò oltre, da qui
e non supererò la linea di confine,
là dove il mare si congiunge al cielo.
E’ tua l’ampiezza di quel mondo,
dove il passato si unirà al futuro,
e si annulla l’estensione e lo spazio.
sconfina verso il tempo.
Sei lì? Sei già lontano?
E’ un incesto questa unione dell’acqua con l’aere?
C’è qualcosa che non torna in questo mio pensiero?
No. E’ la morte che viene a me con l’ombra della sera
(tu non ti accorgi) ma è solo avvertimento.
Si fa nulla a differenza del tempo
e l’ampiezza degli spazi che, celesti io pensavo
e m’immaginavo immensi, oltre la terra
oltre il mio piccolo vedere.
Van scemando nel buio che ci avvolge
le liti, gli assurdi di questo infausto giorno.
Ed anche tu, come me che ti son padre,
ora ti volgi indietro e chiedi cosa porterà la notte.

Lascia un commento