Mi sento Alice caduta in un baratro

Che si chiede oggi al poeta? Si chiedono parole che possano colmare il vuoto che esiste tra noi e la realtà, tra noi e le cose, l’apparenza delle cose e la loro sostanza, le azioni che segnano la storia, i conflitti, i drammi, non l’amore ma l’assenza di amore. Al poeta si chiede oggi di intercettare la distanza tra il nostro esistere e la realtà che ci circonda, di come interpretare ciò che accade nel mondo. Lo si chiede al poeta, gli altri sono ormai abituati ad una lettura superficiale e pratica degli eventi.

Il poeta ha delle domande da porsi. Egli si chiede con quale lingua sia possibile parlare del mondo, della guerra, dello stato della terra che si apre e ingurgita ciò che l’uomo ha costruito, financo l’uomo stesso? Quale lingua la poesia deve adottare in un mondo pervaso dalle immagini, dove ognuno parla all’altro con segni criptati, segni che raccolgono in sé intere famiglie di parole, di attributi, di accezioni? E, infine, come parlare del dolore, quando il mondo è pervaso dall’indifferenza?

In questo “grande salto” che il mondo sta attraversando tra il secondo e il terzo millennio, io mi sento Alice caduta in un baratro. Vago nell’incertezza e il mondo intorno a me è uguale e diverso nello stesso momento. Ogni cosa è uguale alle altre, ma mi è impossibile valutare e definire le relazioni tra esse e tra esse e me, nella loro specificità e nella loro complessità. La società si avvia ad avere nuovi canoni di bellezza, una nuova armonia o la disarmonia della nostra armonia. Forse tutto sarà opposto ad oggi o tutta sarà diverso, ma non chiedete oggi al poeta come sarà domani perché tutti soffriamo di miopia e viviamo di carenza espressiva. Oggi non possiamo che constatare la nostra incapacità di dire, il disuso delle parole o l’assenza di parole appropriate.

Anche il dizionario poetico non basta più. Occorrono nuovi sistemi sintattici per spiegare le cose. I versi arrivano, i concetti pure: si mettono in fila per essere i prescelti ma spesso se ne vanno delusi, colpiti dal rifiuto dell’autore che non osa dire per non deludere il pubblico.

Alla poesia resta oggi un unico scopo, cogliere l’apparente assurdità di relazione tra l’io e il mondo, tra la terra e la sua stessa storia e de-scrivere o ri-scrivere o scrivere anche con leggerezza. Solo la leggerezza potrà restituirci non l’armonia delle cose, ma la visione armoniosa delle cose, quella che abbiamo perduto. Perché non è il mondo che ha perso la sua leggiadria, la sua eleganza; siamo noi che abbiamo perso il gusto, il senso dell’armonia della relazione tra noi e la terra che ci ospita.



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CHI SONO

Giornalista, scrittrice e critica cinematografica, ho collaborato con importanti quotidiani provinciali e nazionali ed ho diretto alcune riviste. Mi dedico da tempo alla scrittura creativa in prosa e in versi. Molte mie poesie hanno ricevuto premi e segnalazioni critiche e sono pubblicate su diverse antologie letterarie, tra cui le riviste “Poeti e Poesia”, Sono segnalata su “Poeti del terzo millennio” con la pubblicazione di una silloge.  Ho pubblicato tre raccolte di poesie: “La parola è il mio dono”, ed. Libreria Editrice D’Urso, e “Penelope stanca”, ed. Il mio libro, (diffuso da Feltrinelli e presentato alla Fiera del Libro di Torino) e “Portami con te”, per Aletti editore.

Da alcuni anni sono Presidente dell’Associazione Culturale Clementina Borghi di cui curo sia il Concorso Letterario Nazionale, Premio Treville, giunto quest’anno alla sua XXV edizione, sia l’antologia che si accompagna al Premio.

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