Partiamo dalle cifre. Delle oltre 200 donne vittime di femminicidi negli ultimi anni in Italia, il 79,8 % degli autori sono italiani per lo più mariti, compagni o ex compagni o ex mariti, il 17,4% degli autori è di nazionalità straniera, il 2,8% è di nazionalità non identificata. Il problema è quindi, della nostra società ed è inutile negarlo o spostare altrove le responsabilità. E’ vero che c’è quel 17,4% di cui si potrebbe, forse, fare a meno se ci fosse un’accoglienza coordinata e mirata, ma la violenza sulle donne che cresce di anno in anno, è frutto di una cultura patriarcale disorientata dai repentini cambiamenti sociali, della crisi economica che colpisce le famiglie, riduce i poteri di acquisto, aumenta i bisogni.
In questa quotidiana lotta di sopravvivenza, come accade in tutte le guerre, la donna è la prima a pagare, a volte con la stessa vita, sia all’interno della famiglia che sui posti di lavoro o nelle relazioni interpersonali.
Qualcuno pensa che i femminicidi siano casi estremi, casi limite, spesso osservati con estrema compassione. Ma accanto a questi casi estremi ci sono casi quotidiani, di violenza privata e perpetuata contro la moglie/madre, la competizione assurda determinata dal dilagante egocentrismo e dall’egoismo dei singoli. Non a caso rispetto al numero dei casi di femminicidio è almeno dieci volte più alto il numero delle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza: il femminicidio è l’epilogo di una brutta storia, la decisione di chiedere aiuto è un passo avanti ma è anche l’inizio di un Calvario tutto da percorrere che interessa la donna che si rivolge al centro ma interessa anche tutta la famiglia, i figli in primo luogo.
Perché non c’è scampo: un figlio che assiste alla violenza è pian piano naturalmente educato a gestire relazioni violente o a subire passivamente relazioni di violenza.
Il problema è davvero grande; sfaccettato e profondo è il danno che la violenza privata genera sulle persone ma anche sulla società, di oggi e di domani. E’, quindi, importante che dopo aver celebrato la Giornata intetrnazionale per l’eliminazione della violenza alle donne, si continui a lavorare, a denunciare e a proteggere, ad aiutare chi vuole uscire da questa spirale. Facciamo in modo che oggi, 26 novembre, non sia l’after day di una celebrazione, ma l’inizio di un ulteriore impegno a contrastare e a prevenire questo fenomeno.
Le donne di questo Consiglio, chiedono pertanto all’intera collettività e all’amministrazione comunale che, accanto a quello che già si fa, siano compiuti ulteriori sforzi per prevenire il fenomeno; che vengano messi in atto progetti ed interventi atti a garantire agli “uomini fragili”, a dar loro la sicurezza necessaria per mantenere relazioni interpersonali tranquille, interventi per le “donne forti” attraverso il supporto di servizi utili alla crescita dei figli e al loro lavoro, forme di educazione e di studio specifiche per i ragazzi, in modo da distrarli positivamente da difficili dinamiche interfamiliari e poter crescere autonomamente.
Infine, l’accoglienza per il diverso, per l’umile, per chi non ha mezzi di sussistenza. Un’accoglienza guidata dal senso stesso della parola: accogliere significa far entrare nel gruppo, considerare e rendere il diverso eguale a noi, non relegarlo alla propria solitudine ma integrarlo. La cattiva accoglienza genera emarginazione, l’emarginazione genera opposizione, l’opposizione genera violenza, la violenza fa male a tutta la società e si riversa soprattutto sulle donne.
Questo articolo è parte di un mio testo letto il 26 novembre in Consiglio comunale a Treviglio, a nome del Consiglio delle Donne. Vuole essere una riflessione su un problema che rappresenta una vera tara per tutta la società. Qualcuno dice che i violenti sono gli immigrati irregolari che entrano in Italia. Le cifre parlano chiaro: il femminicidio è cosa nostra, è la manifestazione di un disturbo personale e sociale da parte di chi non riesce ad adeguarsi ai cambiamenti culturali, etici e morali. Dare la colpa agli altri significa spostare l’attenzione dal problema, riversare sugli altri responsabilità che essi non hanno , significa mettere una toppa per non far vedere il danno. Ma il danno c’è e deve essere affrontato.

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