Che sarà di noi e delle nostre belle idee quando non saremo più sulla terra e vagheremo nello spazio? Finiranno i giorni, le ore spese invano per costruire sogni che non interessano più? Di cosa e come parleremo?
Questa è una vecchia poesia che oggi ho ritrovato e che mi pare nel complesso molto romantica. Però, mi chiedo ancora: se le parole hanno un senso ed hanno la funzione di portarci, come qualcuno sostiene alla Verità, con quali parole parleremo nell’abbecedario degli astri, con quale lingua comunicheremo?
Un giorno forse ci ritroveremo
ed io non so se nel limbo uggioso
o in qualche paradiso luminoso,
fuori dalla curva siderale,
ai confini del tempo e dello spazio
chè l’astronauta oltre non sa andare.
Io ti riconoscerò, seguirò i tuoi passi,
lì ritroveremo i nostri versi
sepolti ormai da inutili parole.
Ora non so se ci parleremo
comunicando con l’alfabeto costruito.
Forse un nuovo idioma letterario
verrà da una galassia sconosciuta
o forse nell’abbecedario universale
non rimeranno tutte le parole.
Ma noi avremo sempre i nostri versi
nati da una storia a due vissuta,
fatta di pesi, di amarezze e di illusioni,
di pomeriggi in folli discussioni…
Forse di noi rimarrà la giovinezza,
riccioli mossi al vento e gote rosse,
e le bandiere piene di avvenenza
che avvolgevano calde i nostri sogni!
Torneranno limpidi quei versi,
rivestiti con abiti stellari.
Noi li riprenderemo uno ad uno
e forse ancora ci commuoveremo
vedendoli brillare intorno a noi,
andare via e spegnersi lontano
nell’infinito spazio eterno
dove ancora non ci è concesso andare.


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